Traces of Rupture: al Segesta Teatro Festival storie di distruzioni e di rinascite tra Beirut e Gibellina

Source:

Beirut Today

Rita Cirrincione | September 9, 2026

TRACES OF RUPTURE

ideazione e creazione collettiva Zoukak Collective

regia e interpreti Maya Zbib, Junaid Sarieddeen, Lamia Abi Azar, Omar Abi Azar

musica dal vivo della violinista Layale Chaker

responsabile di produzione Mohamad Hamdan

direzione tecnica Antonella Rizk

Teatro Antico di Segesta | 20 agosto 2026

Arrivando al Teatro Antico di Segesta all’ora del tramonto, sullo sfondo naturale della vallata che degrada verso il mare, sotto i nostri occhi si apre l’ampio ventaglio della cavea con le gradinate che confluiscono nell’emiciclo dell’orchestra, mentre, sotto la luce calda del crepuscolo, a poco a poco il biancore della pietra calcarea si tinge di rosa. Nello spazio scenico sono già disposti alcuni oggetti: una specie di lettiga, un paio di sedie, una pila di coperte, delle bacinelle, dei teli termici, degli stracci. Sembrano elementi raccogliticci che rimandano all’idea di una postazione di emergenza per approntare un soccorso in una situazione di guerra o di calamità naturale. «C’è nessuno? C’è qualcuno vivo?» chiedono ripetutamente due attori scendendo tra il pubblico da due lati opposti della gradinata. Le drammatiche domande evocano uno scenario di distruzione e di morte con cadaveri intrappolati sotto cumuli di macerie su cui i due operatori, con tuta arancione e guanti di plastica, vagano alla ricerca di qualche sopravvissuto. Intanto, sulla scena avanzano altre due figure: una si muove scomposta e sghemba, quasi sconcia, verso il centro, come proveniente da una realtà di insensatezza e di distruzione; l’altra, composta ed elegante, è la violinista (Layale Chaker).La sua musica, nel corso dello spettacolo, come un manto sonoro sembra avvolgere la scena e i personaggi. Nella desolazione e nella sofferenza, la sua presenza incarna una promessa di normalità e una speranza di umanità. Poi, il suono si scontra con il rumore di una sedia violentemente sbattuta per terra insieme a urla strazianti, quasi disumane: «La mia terra è un canto rubato». «La nostra libertà è stata rubata».

È l’incipit di Traces of Rupture, il nuovo progetto di Zoukak Theatre, una delle più interessanti realtà della scena teatrale contemporanea, sviluppato durante una residenza artistica per Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Seguendo l’idea guida di un’arte contemporanea come “Arte della Presenza” più che “Arte del Presente”, la partecipazione del collettivo libanese è stata fortemente voluta dal suo direttore artistico Andrea Cusumano che già nel 2017 aveva invitato il gruppo di artisti a Palermo alla Biennale Arcipelago Mediterraneo da lui fondata e diretta. Lo spettacolo è stato presentato in prima assoluta nell’ambito della quinta edizione del Segesta Teatro Festival, in un luogo evocativo denso di memorie stratificate, all’interno di un programma che – come dichiarato dal direttore artistico Claudio Collovà – «crede che la parola possa disarmare l’odio e che la bellezza sia l’unica base su cui ricostruire ogni possibile pace». Traendo ispirazione dal dialogo con la comunità e dalle memorie del territorio raccolte dal collettivo durante le tre settimane di lavoro in loco, la performance mette in connessione le ferite di Gibellina e quelle di Beirut – rispettivamente inflitte dalla natura e dall’uomo – ma anche la loro capacità di resilienza e di rinascita, creando un ponte ideale tra le due sponde del Mediterraneo.

Fondato nel 2006, Zoukak è un collettivo teatrale nato in Libano che da sempre ha fatto i conti con la guerra – la loro sede è stata distrutta prima dall’esplosione del 2020 e poi dai recenti bombardamenti – e che ultimamente porta avanti una pratica artistica nomade che mette in discussione gerarchie e sistemi di potere. Attraverso la sperimentazione, la ricerca drammaturgica e l’improvvisazione e processi di creazione artistica condivisa, sviluppa temi quali il potere, la memoria e la marginalizzazione, e un’idea di teatro come strumento di riflessione, di resistenza e di impegno sociale.In coerenza con il tema e con la sua genesi laboratoriale, Traces of Rupture è una performance “a pezzi” che non racconta, non descrive, non unisce “le tracce”, ma che chiede allo spettatore un ascolto attivo che sappia cogliere il non detto e uno sguardo che dia forma a certe suggestioni. Così, gli stracci bagnati portati sulle braccia evocano le piccole vittime di Gaza avvolte nei sudari o, sgocciolando, sembrano tracciare a terra dei grafemi arabi; i teli termici indossati dagli attori in alcune scene richiamano l’immagine dei migranti soccorsi in mare feriti e in ipotermia; i camici bianchi ci ricordano il lavoro di tanti medici che, anche in condizioni disperate, provano a mettere in pratica la dottrina di Asclepio, salvando vite umane e portando soccorso e dignità.Sulla figura di Asclepio, dio greco della medicina, la performance apre una finestra narrativa per raccontarne la storia a partire dalla sua nascita come semidio da Apollo. Con un cambio di registro stilistico, l’omaggio agli operatori sanitari costretti a operare in strutture precarie e con mezzi impropri, diventa quasi un numero da circo: una messinscena pasticciata e clownesca con gag divertenti e buffi effetti sonori.

Ancora un cambio di registro, quasi un intermezzo teorico per dibattere il tema: “È possibile mettere in scena la guerra?”.Ad animare il confronto – microfono in mano, ipotetico tavolo attorno al quale stare seduti – lo stesso Andrea Cusumano affiancato da Omar Abi Azar in rappresentanza del collettivo. Si tratta in realtà di un monologo, anzi di una serie di quesiti posti da Cusumano, mentre all’altro “relatore” rimane il ruolo di testimone muto. «È possibile rappresentare la guerra nella sua nudità e nella sua crudezza? O rappresentarla è già una sorta di sublimazione artistica? Poeticizzare la guerra è una forma di censura? Può esistere una poesia della maceria che non sia censura?».Non ci sono risposte, se non quelle implicite date dai corpi degli artisti della compagnia, dalla loro testimonianza incarnata di traumi, ferite e lutti causati dalla guerra e dalla loro capacità di resistere, di continuare a fare teatro ma anche di condurre programmi di formazione e residenze in territori e comunità con lo stesso doloroso vissuto. Un teatro che, fuori da retorica e vittimismo, non rappresenta la guerra, ma la compassione e la cura; che attraverso la comicità e l’ironia ne svela l’insensatezza; che facendo ricorso alla musica, alla danza, all’arte in generale ci ricorda cosa ci rende umani.